TEMPLATE 45. BIRDS Author: Pannasmontata You can contact me on: http://www.pannasmontata-templates.net Please don't remove CREDITS. --> Ciao, disse mentendo

mercoledì, 16 settembre 2009, ore 00:34

Nell'ordine, questa estate, mi sono perso due paia di occhiali, uno di infradito, almeno una decina di euro e due magliette. Altre "perdite" le ho evitate solo perché chi mi stava accanto mi ha ricordato il portafogli lasciato sul bancone del bar o il mazzo di chiavi abbandonato sulla panchina. Mio padre soleva (esiste "soleva"?) dire "Sono fatto così e così resto, perché mi dicono che sono meraviglioso", del tutto inutili i nostri tentativi di convincerlo che la gente che lo incensava fosse sarcastica: sarcasmo o no, io sono davvero così sbadato e nella tendenza a perdere le cose probabilmente ci vedo anche un po' di arte, ovvero il ritratto dello scapigliato che non bada troppo alle cose terrene perché con la testa è sempre sulle nuvole. Cazzata.

L'alternativa è quello del rincoglionimento progressivo, ipotesi che temo mi sia più congeniale, ma d'altra parte ho accusato delle "perdite" con frequenza certamente superiore ai 28 giorni e anche quando ero più giovane oltre che un bel ragazzo (pure lui): nel 2000, pochi giorni dopo il mio trasferimento a Bologna, davanti alla stazione lasciai la Micra aperta col marsupio (giallo, neanche grigio) appoggiato sul cruscotto e mi allontanai tre minuti. Ne ritrovai ben due al ritorno e quando il carabiniere (romano) in Questura mi chiese lumi "Ma come? Sei de Roma e te vieni a fa' frega' tutto qua a Bologna" non potei che rispondere "Sì ma quando uno è stupido lo è a ogni latitudine".

Nel 1997, pochi minuti prima che io e Bebbo partissimo per New York mi accorsi di aver perso i biglietti aerei: mezz'ora di panico senza ritorno e un paio di infarti rientrati in extremis non furono sufficienti per ritrovare i tickets. Riuscimmo a partire solo perché a Fiumicino una tizia dell'Alitalia (santa donna) si impietosì e ce li stampò di nuovo. Costo dell'operazione, 70.000 lire più lo scetticismo integrato di Bebbo per tutto il resto del viaggio. Scetticismo peraltro legittimato al nostro arrivo a New York: dopo aver fatto la denuncia per i bagagli smarriti (ma in quel caso io non c'entravo nulla) un tipo ci corse dietro per tutto l'aeroporto con una busta in mano urlando "Mister Maigliolaaaa". Avevo appoggiato sul bancone i biglietti del viaggio di ritorno e lì erano rimasti (obbedendo, quindi, per un certo verso).

Tornando a questa estate, le infradito sono state risucchiate dalla corrente dell'Oceano Atlantico, la cui velocità nell'invadere la spiaggia per effetto della marea è stata da me clamorosamente sottovalutata. Di dove siano gli occhiali non ho la più pallida idea mentre le magliette credo siano rimaste in due alberghi, una a Barcellona e una a Valencia.

Mi perdo le cose ma anche le persone, insomma, e lo faccio con sinistra regolarità: probabilmente il disordine emotivo e affettivo che mi porto dentro (ma anche nelle zone limitrofe) non è svincolato da questo discorso, certo è che il talento per la dispersione è notevole e complicato da arginare.

Ho smarrito tante cose di valore in questi mesi di blog-letargo ma d'altra parte in questa estate ho ri-trovato l'amore. Il grande amore, non un grande amore. A quello starò certamente più attento perché sento che se lo dovessi perdere, perderei anche una parte importante di me. Cosa che a occhio e croce non voglio!
giancamiglio
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venerdì, 26 giugno 2009, ore 18:18

In Lettonia c’ero già stato tre qualche anno fa, al seguito della Bipop, in un posto chiamato Ventspils: quando da Reggio Emilia arrivò l’invito in redazione i miei colleghi di Superbasket declinarono gentilmente, dopo essere stati ad Alicante, Amsterdam, Lione, ecc.. Io invece, giramondo quale sono, accettai con entusiasmo. Entusiasmo che dopo 3 ore di volo per Riga e altre 3 di pullman verso la nostra meta si attenuò progressivamente: seppi infatti, strada facendo, che Ventspils altro non era che il porto più utilizzato dall’ex Unione Sovietica per il trasporto di materiale chimico, uno sbocco sul mare strategico e che non a caso aveva provocato più di qualche tensione quando la Lettonia si dichiarò indipendente.

Ai chilometri e chilometri di containers contenenti materiale pericolosissimo, aggiungete che essendo gennaio inoltrato la temperatura stazionava intorno al -35 e il mare per i primi 100 metri era completamente ghiacciato. Aggiungete pure, se vi avanza posto, che in albergo ci fu prontamente consegnato un depliant multilingue in cui veniva indicato il punto di raccolta per la fuga tramite pullman nel caso in cui avessimo sentito il suono della sirena: anzi, di tre sirene perché i pericoli erano di differente natura e così i piazzali nei quali ritrovarsi. Reggio Emilia perse malissimo, io provai a uscire una volta dall’albergo, sentii urlare da una finestra (“Italianoooooooo, mio amore, viene da me”) e tornai subito dentro. Spaventato. Alle 2 di notte ripartimmo per Riga, alle 6 volammo per Bologna, arrivai in redazione bello fresco verso le 11 giusto in tempo per ringraziare i miei colleghi dell’opportunità concessami.


In Lettonia sono tornato il 3 giugno, insieme alla Nazionale Femminile impegnata all’Europeo: per tre giorni a Priekuli, cittadina fantasma a 30 chilometri dalla più vicina nonché primitiva forma di vita: il secondo posto conquistato nel girone ci ha schiuso le porte di Riga ma non ci ha liberato del cibo spudoratamente speziato, patrimonio mondiale dell’Unesco per quel che riguarda la Lettonia. Alloggiati nel centro della capitale in un albergo moderno e confortevole, ho avuto modo di appurare che il vero patrimonio della repubblica baltica in verità sarebbe un altro ma l’Unesco non lo può riconoscere perché rigorosamente a pagamento.


Basti pensare che nel mio frigobar alloggiavano, accanto a una bottiglia di acqua e a una di Coca Cola, due (neanche uno) profilattici pronti per l’uso: basti pensare che la hall dell’hotel era quotidianamente frequentata di donnine dall’aspetto non propriamente repellente pronte a intercettare un tuo sguardo per ribattere con un sorriso e subito dopo una cifra: c’è pure, va detto, chi è sceso nella hall alle 3 di notte per sperare in un (improbabile) sconto sul prezzo. Come quelli chiesti al bancarellaro che sta per smontare. Sono uscito dal Latvija Hotel più e più volte, spesso da solo e sempre con sta benedetta scritta “Italia” stampata sul petto. Peggio del sangue per uno squalo, credetemi.


Prima sera, io e il coach mettiamo il naso fuori dall’albergo: un taxi sgomma, si avvicina, tira giù il finestrino e ci chiede: “Erotic massage?”. E noi: “Magari quattro passi ora, dopo ci pensiamo”. E’ stata anche l’unica volta in cui mi è stata rivolta la parola in una lingua che non fosse l’italiano, dagli (dalle) indigeni. Il giorno successivo più esplicito è stato lo “Scopiamo?” rivoltomi dalla sosia di Nina Moric prima che si deturpasse le labbra. Al mio sorriso di diniego l’aggiunta che lascia pensare: “Qui niente seghe, scopare e basta”. Evidentemente c’era stata una fuga di notizie, riguardo alla mia scarna vita sessuale nell’ultimo periodo (tipo gli ultimi 30 anni, tanto per intenderci). La sera prima di partire, il capolavoro, con le donnine anche un po’ incazzate per la scarsa adesione della comitiva italiana alle loro velate richieste: “Che facciamo?”, ha chiesto a me e un altro allenatore una bionda accompagnata da una mora mozzafiato. “Zona 1-3-1”, volevamo rispondere noi ma al nostro silenzio la mora di cui sopra ha aggiunto. “Trombare, dai, poca spesa e molta resa”. Un motto che meriterebbe un mese di stato su Facebook. Una notazione che dal punto di vista economico ci ha confortato pur non convincendoci riguardo all’acquisto della mercanzia. Della Lettonia, comunque, mi resta il ricordo di un popolo estremamente cordiale e disponibile (non nel senso che intendete voi…): l’immagine di una città molto bella e che del regime sovietico non conserva più nulla, neanche una triste scritta in cirillico. Anzi, una cosa la conserva, una memoria storica recente: i buchi sul muro della radio lettone, crivellata di colpi dai carrarmati sovietici nel 1991, dopo la proclamazione dell’indipendenza. A Mosca pare che non la presero benissimo. “Scopare”?
giancamiglio
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mercoledì, 06 maggio 2009, ore 22:56

Fino ai 30 anni il mese di settembre accompagnava la mia depressione: erano le giornate inesorabilmente destinate ad accorciarsi a togliermi il sorriso dalle labbra, non le reminiscenze scolastiche che in quel periodo dell’anno si traducevano nel ritorno in cella. L’autunno era sempre fuori dal podio, eterna quarta nel medagliere delle stagioni preferite: i concetti di buio, di penombra, di oscurità non mi convincevano affatto perché mi trasmettevano l’idea di qualcosa che era finito. Anzi, che stava finendo, che è anche peggio.

Analogamente, quando scavallavo il 20 dicembre la consapevolezza che da lì in avanti saremmo andati in discesa quanto a lunghezza delle giornate mi faceva stare bene. Pure se il sole che tramontava alle 16.23 del 29 dicembre non è che scatenasse gioia di vivere. Sta di fatto che, in sintonia con i 9/10 del sentire planetario, il mio umore viaggiava direttamente proporzionale alla presenza del sole nella mia vita.

Da almeno 6-7 anni, però, in questa mia stessa vita sta succedendo qualcosa di veramente strano: la tanto agognata primavera l’accolgo con uno starnuto gigantesco, quello che certifica la mia allergia a ogni forma di vita del Pianeta Terra nel periodo che va da marzo a maggio. Tutto questa luce mi infastidisce, devo dire, così come fuggo dalle spiagge affollate, dai concerti oceanici, dagli aperitivi compulsivi, dalle occasioni mondane, dalla vita tanto vissuta, insomma.

Detto da un uomo di comunicazione, andrebbe confessato con meno orgoglio ma tant’è. Da prima che diventassi un crepuscolare 40enne ho preso a rivalutare il chiaroscuro, gli ambienti nei quali vedi e non vedi, le spiagge deserte a novembre con la pioggia battente, i toni di grigio che poi hanno preso il comando anche nella mia testa, le serate in cui il vento è fresco ma non freddo e neanche afoso: come se prima ascoltassi solo gli 883 e ora avessi preso ad ascoltare esclusivamente Cammariere (che poi messa così sarebbe certamente una qualità, la mia riconversione).

Sta di fatto che ora ottobre è il mese nel quale mi sento più a mio agio: tutta quella luce, quello sfavillio di colori, tutto quel movimento di cuori, di corpi, di lamiere si è placato e l’aria si lascia respirare, la gente è più tranquilla. Ci si diverte di meno, in giro, e questo aspetto mi genera meno ansia.

In una parola, riconsiderando quanto scritto finora, mi verrebbe da dire che si tratta di sintomi che sanciscono il mio precoce ingresso nella terza età. E’ questa l’ipotesi più probabile ma non voglio smettere di pensare che si tratti di fasi che vanno e che vengono, di momenti che la mia testa sempre in movimento elabora ora in modo diverso rispetto al vissuto. Non ho paura di vivere, insomma, ma forse è vero che i pori non sono più tutti spalancati. Oppure mi è solo calata la mira, come dice l’immenso Libero...





giancamiglio
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venerdì, 17 aprile 2009, ore 12:34

Sono dovuti passare due anni prima che avessi voglia di raccontare i sei mesi più allucinanti della mia vita: mi riferisco a quelli vissuti a Milano da febbraio a giugno 2007, un periodo che (purtroppo) non dimenticherò mai e che oggi scendendo nella Stazione Centrale mi si è riaffacciato con discreta violenza.

La decisione di lasciare Bologna e una casa appena comprata non fu semplice ma a Superbasket le cose si stavano mettendo male e la proposta di Ivan (Zazzaroni) mi sembrò convincente, soprattutto dopo il primo colloquio a via Vitruvio (“si fidi di noi, siamo persone serie”, mi rassicurarono). Mi veniva affidata la responsabilità della sezione Varie, 24 delle 48 pagine totali di Dieci, e il progetto di dare vita a un quotidiano moderno, aggressivo, diretto, colorato, mi piaceva. Bastò un colloquio per farmi firmare un contratto a tempo indeterminato da capo-servizio: il 20 febbraio mi trasferii a Milano, temporaneamente appoggiato in una casa dalle parti del Lorenteggio, con un autobus e due metro ero agilmente in redazione. L’appartamento faceva parte di un palazzone con 198 scale, probabilmente ero l’unico italiano dell’edificio, sicuramente l’unico incensurato: dopo due sere di malinconia tutta meneghina mi era già tutto chiaro, avevo fatto una cazzata perché non era quella la città dove avrei voluto vivere. Né la vita che avrei voluto vivere.

Mi feci forza pensando che due giorni non costituivano un lasso di tempo sufficiente per tracciare un bilancio, le cose migliorarono quando trovai un monolocale dislocato a 300 metri dalla redazione per la modica cifra di 800 euro mensili. Se non altro, entrando a Dieci alle 11 e uscendone tutti i giorni (TUTTI) alle 23.30 avevo casa a un passo: dove solitamente tornavo, accendevo la tv, mi facevo una camomilla con gli Oro Saiwa e andavo a dormire. La mattina dopo si ripartiva nuovamente, per un’edizione piuttosto squallida di “Ricomincio da capo”, senza Andie McDowell da far innamorare peraltro.

La zona era quella della stazione, il che si traduceva in prostitute (sessantacinquenni) 24h davanti al portone del mio palazzo, gente che amabilmente pisciava in strada e una frequentazione degna di uno primi film di Spike Lee, quelli incazzati. Pazzesco, se guardavo una negli occhi questa mi sorrideva e mi faceva la lingua: mi illusi di essere diventato irresistibile, poi capii che c’era una moneta da inserire nell’apposita feritoia.

Ho iniziato a detestare Milano ancora prima che il dramma professionale si compiesse, perché gli stress (parcheggio, traffico, confusione, file, ecc.) erano quelli tipici della grande città e allora tanto valeva vivermeli a Roma e non a Milano. Mi fu ancora più evidente che avevo fatto una cazzata, anche per i forsennati ritmi di vita del quotidiano ai quali non ero abituato, né volevo abituarmi. Dal 5 aprile in avanti la situazione precipitò: prima un bonifico arrivato sul conto senza un giustificativo ed emesso da una fantomatica Hopit di Roma, poi i primi ritardi nei pagamenti degli stipendi e l’inizio della fine. I soldi ovviamente non sono mai arrivati (neanche ora che ho stravinto la causa),in compenso arrivarono una cinquantina di scuse tra le più disparate e fantasiose, un numero di CRO finto per convincerci a lavorare ancora, dilazioni di pagamento annunciate e mai onorate, quotidiane prese per il culo intervallate da fraterne rassicurazioni. Venne fuori che i soldi (…) per l’operazione Dieci non li aveva messi la famiglia Donati, con la quale avevo firmato il contratto, ma una finanziaria romana di nome Hopit, che faceva capo alla famiglia Caso. Il cui curriculum (altri giornali aperti e poi chiusi senza pagare nessuno, processi in corso in Romania per riciclaggio di denaro sporco) ci aprò gli occhi definitivamente: eravamo dentro a una truffa. D’altra parte gli elementi per capire che qualcosa non andava per il verso giusto c’erano, dal principio: un responsabile della pubblicità la cui età sorvolava intorno agli 80 anni e che un giorno alla mia domanda se avessero contattato la Nike mi rispose: “Ma perché, lei ha i numeri di telefono della Nike…?”. Lo stesso un giorno mi chiese se poteva avere dei biglietti omaggio per una partita ad ingresso gratuito. Zichichi, questo…

Ci erano state garantite 10-12 pagine di pubblicità al giorno, andava bene quando ne avevamo 2-3. L’edicolante sotto la redazione, non pagato, iniziò a negarci i quotidiani; i collaboratori (molti nostri amici, molti miei amici… scusate, scusate, scusate) iniziarono a non scrivere più; la Telecom ci staccò i telefoni; il manager di Roby Baggio, nostro testimonial, iniziò a farsi vedere con una certa insistenza; i grafici minacciarono lo sciopero; i fornitori (agenzie, fotografi, ecc.) interruppero l’erogazione dei servizi. Ricordo le buste paga ritirate (ma mai onorate, ovviamente tutte completamente sbagliate) in un ufficio al centro di Roma, senza l’intestazione sul citofono e sulla porta la scritta in caratteri cirillici. Ricordo il nostro editore che uscendo dal giornale il giorno del nostro primo sciopero mi disse: “Così state facendo morire il giornale”. Noi, eh, non te che non ci paghi uno stipendio da 4 mesi e hai fatto sfrattare diverse persone… Ricordo tante cose, che però non si possono scrivere.

In tutto questo marasma ogni giorno c’era un giornale da fare, e da fare bene, perché quello era l’unico modo per garantirci uno straccio di sopravvivenza: era quello il tasto sul quale quei bastardi spingevano, perché anche se le cose vanno di merda e sai di avere a che fare con dei farabutti non è facile trovare il coraggio di dire basta e quindi aspetti di vedere la fine. Intanto i mesi passano e tu lavori per arricchire dei delinquenti: con orgoglio posso dire che dal 10 marzo ai primi di giugno Dieci fu un prodotto più che degno, indipendentemente dal fatto che veniva realizzato in condizioni impossibili. Vero, c’era gente che scriveva la minuscola dopo il punto, a Dieci, ma c’era anche tanto talento reclutato dallo scout infinito di Ivan.

A proposito di Ivan, sono certo che sia stato vittima di questo schifo e non carnefice: provò in tutti i modi, con le buone e talvolta con le cattive, a farci andare avanti quando andare avanti era assurdo e poi mollò ai primi di giugno con un’uscita di scena teatrale. Alla Zazzaroni, insomma. Io rassegnai le dimissioni il giorno dopo e di fatto chiusi una parentesi che complessivamente mi costò un posto di lavoro, 25.000 euro e qualche anno di vita. La causa intentata alla Hopit l’ho stravinta anche perchè la controparte ha nominato uno studio legale, si è fatta anticipare le spese legali e poi è sparita. Geni del male, davvero, a cui potevamo fare male solo bruciando la macchina o col rapimento di un loro bambino. Pare che in Italia non si possa fare, però, mentre si può fare che questi stessi signori invece di stare in galera pontifichino su Raidue e continuino a comprare altre testate. La cui fine già conosco, purtroppo, e questa copertura omertosa e generalizzata rispetto a questo schifo è un’altra vergogna, ai miei occhi.

Il bello di Dieci restano 40 sfigati come me che ho conosciuto in quei mesi: come spesso accade nelle situazioni estreme certi rapporti si cementano in fretta e sopravvivono al tempo e alla distanza. E per noi che ci siamo ritrovati in mezzo a una strada, Via Vitruvio 43 è stato come il Vietnam.

Ricapitolando: a Milano ho lavorato sei mesi, tutti i 31 giorni del mese di marzo per 123 ore di straordinario ma senza mai prendere un centesimo. Con le donne di facili costumi sotto casa ma senza i soldi per poterci andare. Il primo maggio andai al drugstore della Stazione a fare spesa, da solo, e la mia tristezza raggiunse livelli mai più sperimentati. Chi mi venne a trovare disse che avevo cambiato faccia. Non in meglio.

Ecco perché oggi scendendo alla stazione di Milano ho provato un discreto sollievo nel pensare che meno di cinque ore dopo mi sarei nuovamente allontanato da quello schifo. E ovviamente non parlo della città, che pure continua a non piacermi per niente.



giancamiglio
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sabato, 14 marzo 2009, ore 17:38

Restavamo ipnotizzati per un paio di minuti, come se nulla di importante dovesse accadere, come se quanto accaduto fosse già abbastanza importante. Come se alzarsi dalla sedia per andare al televisore a cambiare canale fosse una mancanza di rispetto verso l'Almanacco del Giorno Dopo che stava per iniziare. Era il segnale orario e andava atteso con devozione, con trasporto, quasi in modalità Inno di Mameli.

La musica successiva, che introduceva l'Almanacco e che non so se ho neanche il coraggio di riprodurre qui sopra, ancora oggi mi trasmette angoscia.

Era appena finito Happy Days ma soprattutto era quello il segnale che era finita la giornata e di tempo per studiare non ce n'era più. Perché dopo il telegiornale e la cena non potevi farti vedere sui libri, ammesso che ne avessi intenzione. E io raramente ne avessi. Ma più che altro era il concetto di "fine" che mi allarmava.

Il buco nello stomaco da coscienza sporca non mi ha più abbandonato, nella specialità olimpica indoor "perdere tempo in cazzate" sono stato primatista europeo dal 1983 al 1991: una sensazione con la quale ora ho imparato a convivere, perché notti insonni mi aiutano a riparare, a recuperare le ore diurne buttate quasi letteralmente nel cesso.

Ma quella musica dell'Almanacco del Giorno Dopo non mi abbandona e ancora oggi l'unico sogno seriale e angosciante rimane la vigilia del mio esame di maturità scientifica. Esame che, giova ricordarlo a coloro che si sono messi alla visione e in ascolto solo ora, ho superato con la stecca di Marlboro sotto al braccio: 56/60 la votazione finale, altro che "zeru tituli", se non fosse stato che prima di me mia sorella Letizia era uscita dallo stesso liceo con 60/60 e una mezza promessa per il Ministero delle Pari Opportunità. Come tornare a casa con la Coppa Uefa quando quello prima di ha vinto la Champions...

Da buon Dottor Divago, peraltro, ho cambiato argomento almeno dieci volte in questo post del tutto sconclusionato: mi preme riaffermare due cose, in conclusione. Era meraviglioso, ricordo, aspettare in silenzio davanti alla televisione l'arrivo del segnale orario: rispetto a quanto accade de sti tempi, due minuti in meno di cazzate da immagazzinare per il nostro cervello. E in termini strettamente economici quanto costerebbe ora tenere un canale con due minuti di buio come quelli?

Infine, dopo aver sfiorato l'acquisto di un violino e aver considerato quello di una pianola, oggi mi sono deciso e ho acquistato una batteria elettronica semiprofessionale: il proposito di imparare a suonare uno strumento entro il 2009 (ma non era sposarsi....?) prende forma. Finalmente.

Si cambia musica, e quindi si cambia vita. Basta aspettare il tempo.

Eviterò ora di mettere un disco dei Pooh...



giancamiglio
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venerdì, 06 marzo 2009, ore 23:46

Non mi piace il giornalismo dei vincenti e dei perdenti, quelli che aspettano l'ultimo tiro per descrivere un eroe o un coglione. Ecco perché ho scritto questo...

La situazione è drammatica: siete sotto di un punto ma con la rimessa a disposizione: 9 secondi ti separano dalla sirena. Nove secondi per sovvertire l'esito di una partita importante, di quelle che restano impresse nella memorie: d'un tratto, un fischio. Gli arbitri chiamano le squadre ma il tuo timeout è durato pochi attimi, quelli necessari a capire che la palla transiterà per le tue mani e che sarai tu a decidere se tirare o no. Le alternative del coach non contano, sai già sai che tirerai: quello che non sai e su cui non hai il tempo di riflettere è ciò che accadrà dopo.


Se segni, ti sei preso le tue responsabilità. Se sbagli, hai voluto fare a tutti i costi il salvatore della patria

Se segni, è stata la vittoria del cuore.
Se sbagli, alla resa dei conti sono affiorate le lacune tecniche


Se segni, ora meriti la Nazionale. Se sbagli, in Nazionale ormai chiamano proprio tutti

Se segni, il gruppo ha sopperito alla mancanza di un fuoriclasse. Se sbagli, con le mezze tacche in squadra ti può andar bene una volta, poi i campioni fanno la differenza

Se segni, hai colpito dalla tua piastrella. Se sbagli, se tiri sempre e solo da lì, diventi prevedibile

Se segni, fuori dal Palazzo c'era uno splendido sole. Se sbagli, ma che sapore ha una giornata uggiosa?

Se segni, hai giocato male ma il tuo talento è emerso quando contava. Se sbagli, si vedeva che eri in una serataccia, potevi lasciarlo ad altri il tiro

Se segni, hai dimostrato attaccamento giocando anche menomato. Se sbagli, nonostante il parere dei medici, sei voluto scendere in campo a tutti i costi e hai privato la squadra di una forza fresca

Se segni, meriti un altro palcoscenico. Se sbagli, vai ridimensionato una volta per tutte

Se segni, hai finalmente coronato la tua maturazione. Se sbagli, resti l'eterna promessa incompiuta

Se segni, sei un vincente naturale. Se sbagli, sei un perdente nato

Se segni, si è creato un bel gruppo di amici anche fuori dal campo. Se sbagli, c'è qualcosa che non va nello spogliatoio

Se segni, è merito della dura preparazione. Se sbagli, paghi eccessivi carichi di lavoro

Se segni, sei la ciliegina sulla torta. Se sbagli, sei un cavolo a merenda

Se segni, si può anche sognare lo scudetto. Se sbagli, meglio pensare alla prossima stagione

Se segni, il vivaio, se coltivato, dà sempre i suoi frutti. Se sbagli, gli scudetti si vincono solo con i campioni affermati

Se segni, il coach, che ha sempre creduto in te, alla fine ha avuto ragione. Se sbagli, il coach ha insistito ottusamente nel concederti altre possibilità senza dare ascolto alle critiche esterne

Se segni, "ci firmi un autografo"? Se sbagli, "ci firmi le dimissioni"?

Se segni, la vittoria dell'esperienza. Se sbagli, sei in fase calante e un po' in là con gli anni

Se segni, chiedi un ritocco dell'ingaggio. Se sbagli, chiedi di essere ceduto

Se segni, la squadra è completa in ogni reparto. Se sbagli, sarà meglio tornare subito sul mercato

Se segni, è un miracolo. Se sbagli, è la normalità dei mediocri

Se segni, il pubblico, che BRUCIA per te, ti AMERA' per sempre


Se sbagli, il pubblico, che AMAVA te, potrebbe anche BRUCIARTI

giancamiglio
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venerdì, 20 febbraio 2009, ore 10:32



Ci si interroga spesso di donna ideale, delle caratteristiche/qualità necessarie perché una persona ti possa interessare. Single da anni e con evidenti difficoltà nell’ammucchiarmi regolarmente con un’anima gemella, ho buttato giù un elenco provvisorio delle cose che mi hanno tenuto lontano da possibili donne della mia vita.

Ecco, diciamo che avrei qualche difficoltà a fidanzarmi con una che…

…parla in dialetto veneto

…ascolta e apprezza i Pooh

…non va a tempo con la musica (a Roma si dice che “c’ha le cuffie”)

…porta troppo spesso scarpe aperte

…tifa Lazio

…razzista

…è di buon umore alle 6 di mattina

…guida di merda e se la prende con gli altri

…fa colazione con l’uovo sodo alle 6 di mattina

…mi dà troppe volte ragione

…mi dà troppe volte torto

…non si commuove mai

...non ha almeno una storia parallela con Tom Cruise

…esageratamente snob

…arriva sempre puntuale

…pretende attenzioni e non ne dà

…dà attenzioni e non ne pretende

…si prende troppo sul serio

…parla al cinema

…non parla a cena

…patologicamente umorale

…non ama il cinema e/o la musica

…prende troppo l’iniziativa

…che non mi piace baciare

…pensa che l’Italia sia il miglior Paese del mondo

…non apprezza il mio disordine cosmico

…si professa femminista ma esige cavalleria

…non è curiosa della vita

Sì sì, lo so quello che stai pensando e penso anche che tu abbia ragione. Infatti sto da solo…



giancamiglio
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domenica, 15 febbraio 2009, ore 14:49

La procedura di check-in, sempre la stessa, ma il fatto che si svolga alle 7.50 di mattina rende i miei tempi di reazione più dilatati. “Imbarca un bagaglio?”, fa lei e a me verrebbe da rispondere “Ce provo”, come Nino Manfredi improbabile stregone quando Alberto Sordi gli chiede se è davvero ha imparato a far piovere per far cessare la siccità. Il volo scorre tranquillo, a parte il fatto che come sempre a Palermo c’è la galleria del vento permanente e così l’aereo trova il suo assetto orizzontale a 20 metri da terra. Anzi, dal mare, perché la terra la vedi un secondo prima dell’atterraggio, mica prima. Recupero il bagaglio ed esco dall’aeroporto, prima di salire in macchina decido di prendere la telecamera dal trolley perché mi viene detto che nel quartiere dove stiamo andando sono piuttosto sensibili all’hi tech. Mi viene in mente quella volta che andai a San Severo per assistere alla partita di addio di Walter Magnifico: stavo per parcheggiare il mio New Beetle fuori dal palazzetto quando uno degli organizzatori mi invitò a utilizzare il parcheggio interno: “No, per carità, che qui sono appassionati di macchine…”. Ma come appassionati, non si chiamano ladri? Vabbè, torniamo a noi.

Apro il trolley e nel marasma di felpe, calzini, superbasket, la telecamera non c’è. Tremo al pensiero di essermela dimenticata, particolare che renderebbe inutile il mio viaggio a Palermo, ma poi l’occhio mi cade sulla cerniera. Forzata. E telecamera rubata, da appassionati di cinema di San Severo probabilmente. Rientro subito in aeroporto e sporgo (!!) denuncia ai Carabinieri: non sfondo una porta aperta raccontandovi le estreme difficoltà dei due (un uomo e una donna) a redigere il verbale al computer, spesso per la sinistra tendenza a confondere il tasto INS con CANC. Il carabiniere maschio tende a precisare che a Roma questo vizietto non se lo vogliono togliere, scagionando così tutti i possibili sospetti palermitani, poi arriva la domanda alla quale non riesco a rispondere con calma: “Ha qualche sospetto?”. Beh, sì, la tipa del check-in di stamattina aveva una faccia poco raccomandabile, in realtà la mia risposta è “Sì, tutti quelli che lavorano all’aeroporto di Fiumicino e tutti quelli che lavorano all’aeroporto Falcone-Borsellino” (che tra l’altro si saranno rigirati nelle tombe all’unisono).
Il paradosso è che ti rubano un oggetto in un’area teoricamente protetta e invece la denuncia è iper-generica, come se la videocamera te l’avessero scippata in autobus. Ovviamente non è previsto alcun tipo di rimborso perché il bagaglio andava assicurato. Altrimenti ci sta che qualcuno lo apra e ti rubi qualcosa, non puoi mica pretendere che ti venga riconosciuto il danno procurato. Stronzo io, direte voi, a imbarcare una videocamera col bagaglio. Vero, anche se con i low cost mi è capitato di avere problemi col peso del bagaglio a mano. Rapporto difficile il mio con la bilancia, d’altronde, e anche fuori dagli aeroporti ed ecco perché da lunedì scorso mi porto la denuncia nel portafoglio. Ho i miei sospetti, come l’ispettore Derrick…PS. Scrivo sul treno Roma-Vicenza: una signora mi ha appena fatto notare che l’auricolare dell’Ipod mi era caduto a terra e rischiava di essere calpestato: mi giro e la ringrazio, lei sente il dovere di aggiungere (per non correre il rischio di sembrare troppo gentile): “Te l’ho detto perché ho visto che sei della parrocchia mia, se eri della Lazio mica te lo dicevo”. Per la cronaca, stavo leggendo “Il Romanista”. Numero uno.
giancamiglio
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martedì, 10 febbraio 2009, ore 20:32

Ore 20.10, muore la povera Eluana. Ma non voglio parlare di questo, tranquilli.

Qualche minuto dopo il TG1 si affretta a riferirci che il papà ha appreso della morte dall'anestesista, notizia certamente degna di nota, mentre  tutti gli altri telegiornali corrono ai ripari con speciali, inserti, dossier, coccodrilli. Tutti contro tutti.

Mi assento, schifato, e torno davanti alla televisione un'ora dopo.

Su Raiuno Bruno Vespa è in forma-Cogne, gli manca solo un plastico del letto di Eluana. Lo sciacallaggio più bieco lascia presto  il campo alle speculazioni politiche, mi aspetto silenzio, commozione e solidarietà e trovo aggressioni, rimbalzi di responsabilità, teatrini vergognosi. Zero rispetto del dolore della famiglia.

Il dito mi va sul 5 e invece dell'atteso Mentana mi abbevero dalla peggiore edizione ogni epoca del Grande Fratello: qui a differenza di Raiuno dove si parla di Eluana le lacrime non si negano a nessuno: ex fidanzati che tornano d'attualità, genitori sdoganati dal confessionale, improbabili coppie, doppie coppie, tris di primi piani raccapriccianti, full immersion di brutta gente. Il tele-vuoto ufficialmente aperto dalla Marcuzzi che nei primi 7 secondi della sua trasmissione però abbraccia "anche virtualmente" il papà di Eluana.

Al Grande Fratello si piange a dirotto per quattro ore di seguito, a Porta a Porta non scorre una lacrima neanche per sbaglio.

Il mondo (della comunicazione) è sbagliato, questo già lo sapevo. Ma starei meglio se non ne avessi conferme quotidiane.
Però con Bruno ho riso tanto...

giancamiglio
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mercoledì, 04 febbraio 2009, ore 13:05

Che le "parole siano importanti" lo penso da prima che ce lo urlasse Nanni Moretti in "Palombella Rossa", da prima che nel 2000 diventassi giornalista. Lo penso ancora di più nel febbraio 2009, quando le parole vengono buttate lì, senza tanto starci a pensare, tanto per "smarmellare". E invece no, non va bene, ogni parola ha un suo significato, che va rispettato, omaggiato, protetto. Io nel mio piccolo in questi anni l'ho fatto e allora capita che ancora oggi mi accanisca telefonicamente con chi, ad esempio, mi dica che la sua storia d'amore "complessivamente non va male" pure se gli piace parlare 24h con un altro. E non mi avveleno solo se la cosa riguarda me, è proprio un affare linguistico. Altri esempi? Eeeee azione

1. Febbraio 2002, io ed Enrico cerchiamo affannosamente un posto in cui mangiare nella campagna di Castel Maggiore. Alle 14.01 entriamo in un self service chiamato "Tavola Amica", l'orario di chiusura indica le 14.00 ma i tegami al di là del vetro sono ancora pieni di cibo: i cuochi e gli inservienti stanno mangiando, uno di loro si alza, viene verso di noi e con fare scocciato ci dice che è chiuso. Timidamente, facciamo notare che non vogliamo piatti caldi ma semplicemente prendere dal self service le cose già pronte. Tassativo, il cuoco: "Siamo chiusi, mi dispiace" mentre ci accompagna alla porta. Io ed Enrico, due code tra quattro gambe, facciamo per andarcene ma la fame mi genera una reazione. Così mi giro e prima di sparire nel nulla (ovviamente lì non siamo più tornati) gli dico: "E voi sareste Tavola AMICA? E se eravate Nemica? Almeno cambiate insegna, per favore, questa è pubblicità ingannevole". Tavola Amica, come no?

2. Lasciamo stare che il cinese che ha aperto un centro benessere a San Paolo pare abbia ricevuto una denuncia per molestie sessuali: voglio dire, ci può anche stare, e poi con me non ci ha neanche mai provato (tanto che la prima volta ci rimasi anche male, devo ammettere): il problema è che la sua insegna "Benessere" fucsia su sfondo viola (cromaticamente ho visto di peggio solo con la maglietta dello Steaua Bucarest) non corrisponde a quanto succede nella sua stanzetta bianca riscaldata da un "Pinguino" rumorosissimo. Sulla vetrata esterna la lista scritta a penna delle malattie che è in grado di alleviare/curare: emicrania, sciatalgia, pubalgia, emorroidi, nausea, problemi di circolazione, ipertensione, dolori mestruali, dolori articolari, gomito del tennista, fuoco di Sant'Antonio, alluce valgo, forfora, cellulite, metabolismo lento, vene varicose. Ricordo che la prima volta che entrai gli dissi che a parte i dolori mestruali per il resto sentivo di avere tutto e che quindi aveva ampio raggio di azione: ricordo due sedute dolorosissime di Digitopressione (sta cazzo di Digitopressione, aggiungerei) e ricordo anche che dopo la mia operazione all'occhio, ravvisando un gonfiore, voleva infilare un bastoncino di legno sotto la palpebra per rimuovere le lacrime (e probabilmente anche l'occhio). Benessere...

3. Se avete avuto la fortuna di viaggiare con Trenitalia, oltre ad apprezzare gli eufemismi, saprete che nel caso in cui il vostro Eurostar ritarda di 25 minuti avete diritto a un rimborso pari al 30% del biglietto. Questo vuol dire che se un treno accumula più di 40-45 minuti e pensano di non poterlo "recuperare" lo declassano direttamente a "carro bestiame" e iniziano a dare la precedenza anche alle macchine ferme ai passaggi a livello. Al contrario, se il ritardo staziona (!!) intorno ai 30 minuti possono anche investire una mamma con carrozzina al seguito per cercare di recuperare 6 minuti e far risparmiare l'azienda. Sta di fatto che un anno fa mi è arrivato a casa un BONUS di 85 euro. Bello, no? Sia per i soldi, sia per il concetto di BONUS, parola che ti rallegra perché ti migliora la vita. Bene, due settimane dopo ho utilizzato il BONUS per comprare un biglietto Roma-Terni, costo 8 euro. Mi è stato detto che ne avrei persi 78, perchè il BONUS andava utilizzato in un solo colpo. "Vattene in prima, no?", fu il consiglio del bigliettaio, al quale risposi "No, sai che c'è, famme direttamente un Roma-Istanbul così li spendo tutti. Arrivo lì e torno in aereo". Alla fine ho risolto, acquistando un biglietto di 55 euro e un Roma-Bologna fittizio aperto fino al 31 gennaio. Il 31 gennaio sono andato in biglietteria per farmi prolungare il periodo, visto che il biglietto non era stato utilizzato, operazione costata 3 euro (perchè?). Stamattina ho cercato di acquistare un Roma-Bologna utilizzando il mio biglietto e aggiungendo solo il supplemento Eurostar. "Non se po' fa, devi anna' solo con un espresso", mi è stato detto. Si chiama BONUS, in effetti, ma per utilizzarlo rischi l'infarto ogni volta...

4. La scorsa settimana ricevo una telefonata di una persona intenzionata a mettere pubblicità su Tripladoppia.com. Premetto, telefonata squisita da parte di una persona molto competente, che non conosco ma che mi ha suscitato subito simpatia. "Mi presento, sono....... Io non mi occupo del brand vero e proprio perché la mission dell'azienda prevede un asset molto verticale. Io gestisco l'e-commerce, quindi non ho a che fare con l'endorsement". L'ho interrotta, a quel punto, ammettendo che avrei dovuto capire tutto ma che invece non avevo capito un cazzo e che quindi avevo bisogno di un incontro faccia a faccia (face-to-face meeting) per decodificare il tutto, anche con l'ausilio di disegni. Un dirigente della stessa azienda lo scorso anno mi incrociò a un evento organizzato (splendidamente) da loro e mi chiese: "Ti piace davvero? L'abbiamo voluto molto lifestyle". E io: "Ah sì? E l'alternativa quale sarebbe stata?". E lui: "Sportswear". E io: "Ah". Italiano no, eh?

E allora perdonatemi, preferisco il mio amico Bebbo che le parole invece di buttarle nel cesso le risparmia. "Gianca, chissà che c'ho, mi sento che me se chiudono gli occhi, è una sensazione strana...". "Bebbo, sarà che sono le 5.40 di mattina, penso che si chiami SONNO". E che ci vuole tanto...


giancamiglio
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